CONTRASTARE LA VULNERABILITÀ SOCIALE DEI LAVORATORI

Come messo in rilievo nel Piano Nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento 2016-2018: il rischio attuale è che la tratta a scopo di sfruttamento lavorativo diventi una componente strutturale di determinati settori produttivi, con i gruppi criminali organizzati sempre più protesi a sfruttare la vulnerabilità sociale dei lavoratori, specialmente dei lavoratori migranti. L’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale, sebbene con differenti competenze, è affidata non soltanto al personale ispettivo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ma anche ai Carabinieri del Comando per la Tutela del Lavoro, alla Guardia di Finanza, che svolge un’azione preventiva e repressiva di assoluto rilievo a contrasto dello sfruttamento della manodopera “in nero” e irregolare, al personale ispettivo degli Enti previdenziali ed assicurativi e al personale ispettivo delle AA.SS.LL. Strumento di rilievo per il contrasto dello sfruttamento lavorativo è la norma dedicata al contrasto al fenomeno del c.d. caporalato volto a garantire una maggiore efficacia dell’azione penale di contrasto del fenomeno, con particolare attenzione al versante dell’illecita accumulazione di ricchezza da parte di chi sfrutta i lavoratori.

Negli ultimi anni, anche a causa dell'inasprirsi della crisi economica, le forme di Grave Sfruttamento Lavorativo si sono estese sia a livello territoriale sia a livello di settori e di comparti economici. Un allargamento delle forme di Grave Sfruttamento Lavorativo a nuove fasce di immigrati e immigrate, di lavoratori e lavoratrici anche italiani, di fatto, hanno mostrato i limiti e le difficoltà delle azioni di emersione e delle politiche di contrasto poste in essere contro economia sommersa ed economia criminale. Per approfondire la conoscenza del fenomeno e monitorare alcune aree del territorio, in Toscana, negli anni, sono state avviate diverse attività di ricerca che hanno evidenziato in particolare, forme di sfruttamento lavorativo e di caporalato in agricoltura, nel lavoro domestico e assistenziale, nella logistica e nei trasporti ed anche nell’ambito delle attività di reclutamento dei giovani giocatori di calcio.

IL CAPORALATO IN AGRICOLTURA

Il lavoro in agricoltura è il settore che presenta il maggiore rischio di grave sfruttamento lavorativo e di caporalato. In particolare negli ultimi anni è stato documentato un forte aumento del caporalato, concetto con cui si definiscono forme di intermediazione illecita di manodopera a scopo di sfruttamento lavorativo, soprattutto in agricoltura e, in misura molto minore, in edilizia e nella logistica. Il caporalato nel lavoro agricolo in Italia è diffuso in tutte le regioni, in particolare nel sud.
FLAI-CGIL in un rapporto del 2016  stima che in Italia vi siano 80 distretti agricoli dove si registrano forme di caporalato e di grave sfruttamento lavorativo che coinvolgono circa 430.000 lavoratori e lavoratrici, italiani e stranieri.

Il caporalato e il grave sfruttamento in agricoltura significa, in concreto:

  • mancata applicazione dei contratti;
  • imposizione del trasporto da parte dei caporali;
  • salario compreso tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50% di quanto previsto dai contratti del settore;
  • orari compresi tra le 8 e le 12 ore di lavoro;
  • lavoro a cottimo (esplicitamente escluso dalle norme di settore);
  • condotte criminali quali la violenza, il ricatto, la sorveglianza sul luogo di lavoro, la sottrazione dei documenti, l’imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità.

L’assenza di un rapporto diretto e formalizzato tra i lavoratori e i datori di lavoro, tipica del caporalato, produce uno squilibrio nei rapporti di forza tra le parti che, insieme all’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, rende più agevoli e più dure le forme di sfruttamento. 

Dal punto di vista criminale, è importante ricordare che il caporale agisce in stretto rapporto con l’imprenditore, di cui rappresenta gli interessi per il reclutamento e la messa al lavoro della manodopera. In alcune aree, il fenomeno del caporalato va interpretato strettamente in funzione degli interessi delle mafie, che controllano o condizionano parti importanti della filiera agricola. In alcuni casi, il caporalato rientra inoltre tra le attività gestite da reti criminali ben strutturate, dedite al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, alla tratta di persone e alla gestione di aziende

Si distinguono tre forme prevalenti di caporali:

  1. il “caponero”, o il caporale etnico, ha un rapporto meno violento ed esercita un grado di sfruttamento minore, ma a volte controlla anche la fase di lavoro;
  2. il caporale che opera all’interno di forme auto-organizzate di reclutamento;
  3. il caporale come parte di un sistema che opera gravissime forme di sfruttamento.

TESTIMONIANZE SUL CAPORALATO IN AGRICOLTURA

 

Alcune testimonianze dirette di sindacalisti e testimoni sul caporalato in agricoltura, raccolti in una ricerca in atto a Prato nell’ambito del progetto regionale anti-tratta SATIS:

In questa vicenda di caporalato, quali sono gli indicatori di grave sfruttamento lavorativo?

Oltre alla presenza del caporale che portava questi immigrati al lavoro e si prendeva i suoi soldi, sono la paga, 4,5 euro all’ora, le condizioni di lavoro: niente acqua, il cibo chi lo aveva se lo portava nel campo, soprattutto nessun indumento, dispositivo di protezione. Mi raccontano, io non ho visto, mi viene detto, che sui campi c’era chi stava in ciabatte… 

Le condizioni di lavoro erano tutte le stesse, nel senso che le persone la maggior parte delle volte non sono stati proprio pagati, quindi venivano occupati i lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno anche in numero superiore a tre e in condizioni di particolare sfruttamento… quindi come ti dicevo, ricordo che questo gruppo di cittadini cinesi fu trasportato nel territorio cosentino e loro hanno narrato di avere fatto questo lungo viaggio all’interno di un vagone, senza sapere appunto dove stessero andando, e si sono poi ritrovati in questo campo dove c’era questa capanna, loro vivevano lì, mangiavano lì, dormivano lì, non avevano la luce, quindi.. gli portavano da mangiare… insomma, condizioni proprio allucinanti ...

LA RICERCA SUL CAPORALATO A PRATO

La ricerca, svolta da gennaio a settembre 2017 nel comune di Prato, ha indagato attraverso osservazioni sul campo e 37 interviste a testimoni privilegiati e a lavoratori, le condizioni di lavoro e le forme di grave sfruttamento di migranti e richiedenti protezione internazionale occupati nel settore agricolo e nelle aziende cinesi del distretto tessile e dell’abbigliamento.

Fra le modalità di ricerca del lavoro per le aziende cinesi, si evidenzia la presenza sia di canali informali fra migranti e richiedenti protezione internazionale che di casi di reclutamento gestiti dalle aziende cinesi, mentre per il lavoro agricolo emergono reti di caporalato. Gli indicatori di grave sfruttamento lavorativo raccolti sono il mancato pagamento della prestazione o la retribuzione molto inferiore rispetto al contratto nazionale, evidenti violazioni della normativa sull’orario di lavoro giornaliero (dalle 10 alle 14 ore) e settimanale (6 o più spesso 7 giorni su 7), violazioni delle norme sulla sicurezza, sulla salute e sull’igiene nei luoghi di lavoro, assenza di contratto oppure imposizione di contratti irregolari rispetto alle effettive prestazioni lavorative.

VEDI FORME DI SFRUTTAMENTO LAVORATIVO A PRATO_OTTOBRE 2018

VEDI LA RICERCA PUBBLICATA MAGGIO 2018

VEDI IL VOLANTINO MULTI-LINGUE DEL PROGETTO 


IL GRAVE SFRUTTAMENTO NELLA LOGISTICA

Secondo dati del 2015 forniti dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la forza-lavoro complessiva occupata nella logistica nel 2015 è pari a 1.137.800 unità.
Nei tre principali comparti del settore erano occupati, nel 2013, 80.500 corrieri, 666.400 autisti, 318.700 facchini e addetti ai servizi di magazzino, secondo dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 2015.
Nel 2012 i lavoratori stranieri nel settore della logistica erano pari a 40.000 unità, circa il 15% del totale. Tuttavia, per il fatto che sono inseriti nelle mansioni meno qualificate, più faticose e più rischiose, gli occupati stranieri della logistica denunciano il doppio degli infortuni degli italiani. Negli ultimi anni, nella logistica sono stati documentati molti casi di grave sfruttamento lavorativo, soprattutto per la presenza delle cosiddette cooperative spurie, che si inseriscono nel ciclo degli appalti per l’esternalizzazione di servizi.
Le cooperative spurie sono cooperative sulla carta regolari, ma che mettono in atto varie forme di sfruttamento lavorativo sui soci e sui dipendenti e che non rispettano i principi base della cooperazione. A volte queste cooperative spurie sono riconducibili a reti criminali, anche di tipo mafioso, come è stato ampiamente illustrato nell’auto-trasporto e nel facchinaggio. Alcune interpellanze parlamentari hanno chiesto chiarimenti su indagini penali e processi che coinvolgono grandi cooperative spurie.

In generale, nelle aziende e in particolare nelle cooperative spurie della logistica i lavoratori e le lavoratrici subiscono varie forme di sfruttamento: riduzione dei salari fino al 50% del contratto nazionale, imposizione di contratti e condizioni di lavoro sfavorevoli, discriminazioni etnico-razziali e sindacali, sovra-esposizione a rischi e pericoli per la salute e la sicurezza, organizzazione della prestazione lavorativa fortemente sfavorevole al lavoratore (sovra-orario, mancato riposo, maggiorazione non riconosciuta del lavoro notturno e festivo).
Nel rapporto 2015 del Ministero del lavoro sulle attività ispettive, le aziende del settore dei trasporti e del magazzinaggio presentano la maggiore incidenza, fra tutti i settori considerati, di irregolarità di vario tipo: ben il 72.73%. Le principali violazioni accertate per le aziende di trasporti e magazzinaggio nel 2015 sono state: 15 lavoratori extra comunitari irregolari, 1.431 casi di lavoro nero, 924 violazioni dell’orario di lavoro, 199 violazioni in materia di sicurezza e salute, 445 violazioni penali.

TESTIMONIANZE DIRETTE

Alcune testimonianze dirette di lavoratori della logistica raccolti in una ricerca del 2016, svoltasi fra Firenze e Prato:

Lavoravi tredici-quattordici ore al giorno. Lo stipendio era di cinquantacinque euro al giorno. Se eri malato niente, se eri in ferie niente. La mattina presto si entrava: dalla mattina alle sei fino alla sera alle otto. Pause: dipendeva dalle cose che c’era da consegnare. Era veramente un gran massacro. (Corriere, Prato)

Le minacce sono di sospensioni dal lavoro, senza lavoro e senza stipendio.

C’è da venire la domenica, te lo dicono il sabato. Magari hai i bambini ti cambiano i turni.  Comunque ne sono andate via tante di persone. Da quando sono arrivata io una trentina […] Loro ti sbattono ad Arezzo o Perugia e te ti dimetti per forza perché la famiglia ce l’hai qui! Perché c’è anche questo discorso che se non fai per bene, non fai quello che si dice, ti sbattiamo ad Arezzo, c’è anche questo caso qui! (Magazziniere, Prato)

I nuovi arrivati sono molto ricattabili. Non devono nemmeno parlare devono solo subire. Non è che gli chiedono di fare gli straordinari: dovrebbero fare le 12,30 dicono le 3, le due e mezzo. Non lo chiedono nemmeno.
Sono contratti a termine. Gli promettono di farli soci, ma non li pigliano più. Vengono il sabato sera fino alle nove, la domenica notte alle otto devono rimontare e finiscono alle 4 e mezzo di mattina e alle 11 ritornano. Non ci devono far sapere nulla a noi.
Gli straordinari ma sono costretti a farli. Non è che ti chiedono, devono farli. (Corriere Firenze)

Sono sotto pagati e sfruttati, tendenzialmente. Si tratta molte volte di lavoratori stranieri, che vengono pagati 1000 euro per fare 13 ore al giorno su camion grandi. Orari disumani.  (Autista Firenze)


EDILIZIA

Il settore dell’edilizia, storicamente contrassegnato da lavoro nero e, in alcuni contesti, dal caporalato, è stato molto colpito, negli ultimi anni, dagli effetti della crisi economica, che ha causato il licenziamento di migliaia di lavoratori e in generale il loro indebolimento contrattuale. Un altro significativo effetto della crisi è il dumping delle aziende, ovvero il ricorso a pratiche di concorrenza sleale, come il ricorso alle false partite IVA, la presenza di cooperative spurie e l’esistenza di forti irregolarità nella filiera degli appalti.

Dagli anni ’90 è uno degli ambiti produttivi privilegiati per l’inserimento di forza-lavoro immigrata, di cui una parte significativa irregolare. Secondo i sindacati edili, gli immigrati impiegati in edilizia risultano essere fra i lavoratori meno garantiti e tutelati, più esposti a infortuni, solitamente i meno pagati e inquadrati ai livelli più bassi. I livelli salariali e l’inquadramento contrattuale variano molto a seconda della zona, della professionalità, dal grado di ricattabilità, della presenza di reti di caporalato. “Il salario è versato in forme diverse: può trattarsi di salario orario o giornaliero o a cottimo, etc. Il rapporto salario-orario varia anch’esso molto e si può parlare in generale di situazione di supersfruttamento” (Ceschi, Mazzonis, 2003).

Secondo una ricerca svolta a Roma da Francesca Dolente (2010) “Si tratta di rapporti completamente al nero, sprovvisti di qualsiasi forma di sicurezza e tutela, che possono degenerare in situazioni di abuso e di sfruttamento pesante. La chiamata avviene all’alba, li si può trovare a decine ogni mattina, dalle 5h30 in poi in varie zone della città e in particolare davanti agli “smorzi”. A reclutare i nuovi edili immigrati, si muovono privati cittadini, capomastri di imprese edili, caporali ed intermediari. Lavorano in media dalle 10 alle 12 ore al giorno in condizioni pericolose, al di fuori di qualsiasi norma di sicurezza. In alcuni casi questi braccianti non sono pagati, o meglio il loro lavoro non viene retribuito in soldi. Alla precarietà della condizione lavorativa si aggiunge quella abitativa, in tal modo sono ancora più deboli e quindi ricattabili dal datore di lavoro che, in alcuni casi, non paga il lavoro a giornata in cambio del posto in cui dormire, spesso il cantiere stesso”.

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STORIE: I MIEI 4 EURO L'ORA PAGATI IN NERO (Repubblica)


LAVORO DI CURA E DOMESTICO

Il lavoro di cura e domestico è un settore dove l’88% degli occupati sono donne, per il 75% migranti, in particolare rumene (20%), ucraine (9%), filippine (7%) e moldave (6%), secondo i dati di una recente ricerca. A causa della crisi economica, negli ultimi anni è aumentata la quota di italiane fra le occupate.
I comparti di impiego più diffusi sono quelli di colf e di assistenti domestiche. Fra le principali criticità si registrano la forte precarietà e la scarsa regolazione del lavoro, le relazioni conflittuali che possono crearsi con la famiglia dell’assistito, la solitudine e il sovraccarico lavorativo ed emotivo, i disturbi psicofisici legati al lavoro (mal di schiena, ansia, insonnia, depressione, alcolismo e sindrome di burnout).

In generale, in questo settore sono molto forti le irregolarità e le violazioni della normativa: orari di lavoro che in due casi su tre superano il massimo previsto dalla legge (fino a 60 ore settimanali), evasione contributiva e lavoro sommerso. Seconde stime Istat del 2015 quello del lavoro domestico e di cura è il settore con la più alta incidenza di lavoro nero, stimato al 55%. Le condizioni d’isolamento ambientale e sociale del contesto lavorativo, la forte concorrenza fra lavoratrici, la dipendenza dal datore di lavoro, rendono le colf e le assistenti domestiche vulnerabili a forme anche gravi di abuso e di sfruttamento lavorativo, che possono comprendere la segregazione, il sequestro dei documenti e del permesso di soggiorno, i ricatti e le molestie psicologiche e sessuali. Nei casi più estremi, le lavoratrici subiscono un rapporto  di sfruttamento che si può definire di tipo servile.

Due video sulle condizioni di lavoro e di sfruttamento nel lavoro domestico e di cura:

SFRUTTAMENTO LAVORO DOMESTICO (Ass. On The Road)

DIGNITÀ E DIRITTI NEL LAVORO DOMESTICO (Euronews)